Per Una Gestione Completa del Rischio

14Nov07

Quando si parla di rischio ci si lamenta sempre del fatto che la percezione e’ molto diversa dalla realta’ dei numeri. Si dice che la gente sottostima i piccoli incidenti come quelli automobilistici, e pensa che guidare sia meno rischioso che prendere l’aereoplano. La “magnitudine” dei disastri aerei in qualche maniera offusca il fatto che siano cosi’ sorprendentemente rari, specie in confronto a quelli stradali.

Se invece la scuola ci educasse tutti alla gestione dei rischi (“risk management”), l’errore di guidare veloci e spensierati lo farebbero molti meno, e molti piu’ potrebbero volare senza troppi patemi d’animo.

Tutto cio’ e’ matematicamente vero ma manca ancora di qualcosa. Questo qualcosa e’ il fatto che ciascuno di noi in quanto essere umano non e’ un individuo isolato, ma anzi membro di (svariate) comunita’.

Insomma, nei calcoli andrebbe aggiunto un qualche coefficiente che tenga conto del fatto che la “sezione d’urto” di ciascuno di noi in caso di incidente non e’ quasi mai rappresentata dai confini materiali del proprio corpo.

Per esempio la probabilita’ che un pendolare qualsiasi sia vittima di attentati terroristici in una grande citta’ del mondo e’ bassissima. Ma la probabilita’ che quello stesso pendolare sia “toccato” da un attentato e’ invece altissima: basta che mettano una bomba da qualche parte specificatamente affinche’ colpisca, appunto, i pendolari.

Ne parlo (in inglese) in un blog “Percezione del Rischio, Networks Sociali e Globalizzazione” dove cito Jeremy Waldron dalla The New York Review of Books (”Is This Torture Necessary?“, Vol 54, N. 16 • October 25, 2007), quando dice che la sicurezza “non e’ un bene individuale, di cui beneficiamo ciascuno di noi in termini di probabilita’ statistica [individuale]“.

La Sicurezza va quindi ripensata in termini di gruppo, non solo di persona.Anche se l’11 Settembre “il 99.999 percento degli abitanti degli USA […] non sono stati uccisi“, il fatto che 2,974 lo siano stati e’ stato anche un colpo al senso di sicurezza di tutti coloro che potevano immaginare se stessi nelle Torri Gemelle, al Pentagono or sul volo United 93.

Ecco perche’ la paura di un grosso attacco terroristico o di una altra grande catastrofe appare superficialmente assurda, visto che la probabilita’ che ciascuno di noi sia coinvolto e’ infinitesima. In realta’ la domanda non e’ “qual’e’ il rischio per me?” ma “qual’e il rischio per il mio gruppo?

Se insomma io sono esposto un rischio in termini di uno su un milione, e ho dieci amici o compari o compagni di tribu’ o familiari, la mia “esposizione effettiva” (se vogliamo, “affettiva”…) come “persona” e’ una su centomila. E se ho cento amici, una su diecimila.

In altri termini, se il nonno muore sotto il tram, uno non pensa mica “meno male a me non e’ successo“, anzi…

Il “coefficiente di gruppo” per cui moltiplicare il rischio individuale sarebbe naturalmente un valore medio diverso per ogni tipo di rischio, molto alto nel caso di attentati terroristici sul “pubblico qualunque” (dove quindi l’identificazione dell’individuo e’ molto alta) e molto basso (vicino a uno cioe’) nel caso di incidenti specifici come quelli automobilistici (dove l’identificazione dell’individuo e’ ovviamente bassa, altrimenti l’auto non la userebbe piu’ nessuno).

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E’ importante stabilire che non e’ solo un discorso di “magnitudine”. Anche se siamo tutti umani, il rischio di milioni di bengalesi di morire nel prossimo monsone non tocca i non-bengalesi come quello delle centinaia di loro conoscenti di essere diagnosticati con un tumore entro un anno.

In realta’ non sto proponendo di sostituire una cosa con un’altra. Sto dicendo di aggiungere alle considerazioni del rischio una misura dell’impatto sull’individuo come parte di un gruppo, e non solo come individuo.

Per esempio, il rischio che cada un aereo con sopra qualcuno che conosco e’ molto piu’ elevato adesso che sono e sono stato in contatto con decine e decine di persone in giro per il mondo, piuttosto che quando avevo tre anni e ne conoscevo forse una ventina, tutte fra l’altro residenti nello stesso posto (se fossi amico intimo di ogni altro umano, ogni giorno sarei invitato a 150mila funerali, 350mila nascite, altrettanti matrimoni e peserei circa millecinquecento chili. Forse c’e’ un buon motivo perche’ siamo naturalmente familiari e tribali).

Questo discorso e’ importante perche’ le scelte tecniche e politiche vanno prese non in base a sensazioni ma in base a fatti. Ed e’ appunto un fatto che il risk management di un attentato a New York non puo’ essere limitato a “tanto di americani in percentuale ne moriranno pochissimi” perche’, se gli attentati sono “contro gli americani” allora tutti gli americani o quasi ne saranno comunque toccati.

Dopotutto, se l’obiettivo e’ educare il pubblico al risk management, bisogna fare un discorso plausibile, e non, appunto “spallucce“. Quando i risultati numerici contraddicono la percezione puo’ esserci un errore nella percezione, o puo’ mancare qualcosa nel calcolo.

Non sto certo dicendo di “accomodare la percezione comune“. Sto suggerendo di partire dalle osservazioni, invece di cercare di imporre un astratto ed incompleto modello matematico.

Nello specifico, la dicotomia fra chi dice “il pericolo di morire terrorismo negli USA e’ bassissimo” e la percezione generale che “il terrorismo e’ molto pericolo per chi vive negli USA” puo’ essere superata appunto se ci rendiamo conto che per l’individuo “residente negli USA” il fatto che una bomba possa colpire un altro “residente negli USA” e’ (quasi) equivalente a che colpisse lui stesso.



2 Responses to “Per Una Gestione Completa del Rischio”

  1. 1 antonio

    bell’analisi

  2. In proposito volevo segnalare il portale http://www.cineas.it, in cui oltre ai corsi organizzati dal consorzio del politecnico, ci sono molte notizie in merito alla professione del risk manager.


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