Il Dalai Lama e l’Indipendenza del Tibet

25Giu08

Ma insomma il Dalai Lama vuole un Tibet indipendente o no? C’e’ qualcosa di vero nelle accuse delle autorita’ cinesi, secondo le quali egli nasconderebbe un continuo desiderio o addirittura dei piani per raggiungere l’indipendenza?

Non e’ facile rispondere a queste domande. E’ vero che Sua Santita’ continua a ripetere che il suo obiettivo e’ “solo” un’ampia autonomia per il Tibet, ma non possiamo limitarci certo solo a quello che si dice: men che meno nel caso del Dalai Lama, i cui pensieri sono spesso difficili da intendere.

Si puo’ comunque partire dall’Appello inviato dal Dalai Lama nell’Aprile 2008, riguardo la rivolta del mese precedente in Tibet, nel quale ci sono alcune interessanti ambiguita’:

  1. L’appello e’ al popolo cinese, ma l’originale e’ in tibetano
  2. Si parla di “diverse nazionalita’” ma il discorso e’ tutto riguardo “tibetani” e “cinesi”
  3. Viene menzionata “un’escalation della tensione” nel 1956 come inizio del tracollo della situazione, senza precisare pero’ cosa mai sia successo in quell’anno
  4. Si dice che la decisione di non cercare di “separate il Tibet dalla Cina” e’ stata presa ma sono nel 1974, cioe’ 15 anni dopo la fuga del Dalai Lama verso l’India, e due anni dopo il viaggio di Nixon in Cina con la conseguente rinuncia da parte della CIA nel 1973 di supportare i ribelli tibetani (armati)
  5. Il Dalai Lama menziona il “grande beneficio per il Tibet nel rimanere in seno” alla Repubblica Popolare Cinese riguardo alla “modernizzazione e allo sviluppo economico” – un’affermazione non troppo implicita della separazione fra Tibet e Cina
  6. Come soluzione attuale viene proposta una “via di mezzo” che per definizione non e’ quanto vorrebbe il governo Cinese, e cioe’ il riconoscimento che il Tibet e’ parte della Cina

Dal canto suo il governo di Pechino accusa il Dalai Lama di volere l’indipendenza del Tibet, e quindi la “scissione” della Cina, sulla base di alcuni elementi dal loro punto di vista circostanziati. Come elencato da Robert Barnett in “Thunder from Tibet” (New York Review of Books, 29 Maggio 2008 ) in una recensione del libro “The Open Road: The Global Journey of the Fourteenth Dalai Lama” di Pico Yier:

  1. Il rifiuto del Dalai Lama di dire che il Tibet ha fatto parte della Cina, in passato
  2. I viaggi sempre piu’ frequenti in Occidente, spesso risultanti in condanne contro la Cina da parte dell’opinione pubblica internazionale
  3. Il suo non voler denunciare qeugli esponenti tibetani in esilio che chiedono esplicitamente l’indipendenza

Non c’e’ dubbio comunque che per i Tibetani in generale e’ l’indipendenza l’unico vero obiettivo. Riferisce Barnett di come ci sia chi e’ morto pur di mostrare una bandiera tibetana in pubblico; e che nel passato almeno, alle dimostrazioni e le rivolte dei monaci si accompagnavano richieste per l’indipendenza. Gli stessi disordini del Marzo 2008 non sono capitati allora per caso, ma in concomitanza del 49mo anniversario della rivolta tibetana del 1959. 

Giusto per eliminare ogni qualsivoglia dubbio, Somini Sengupta riporta sull’International Herald Tribune come alle giovani generazioni tibetane non vada tanto a genio la “via di mezzo”, perche’ a loro importa solo l’indipendenza (“For some young Tibetan exiles, Dalai Lama’s ‘middle way’ is a road to failure“, 22 Marzo 2008 ).

Ma a leggere fra le pieghe nell’articolo, non possono che aumentare i dubbi riguardo il vero pensiero e la vera aspirazione del Dalai Lama. Questi infatti:

  1. Dice di sentirsi obbligato a chiedere ai giovani tibetani di essere “pratici” nelle loro richieste – in altre parole, di dissimulare il loro desiderio ultimo
  2. Viene descritto come guidato da una strategia che e’ volta a risparmiare vite…Tibetane
  3. Afferma che chiedere l’indipendenza significherebbe perdere il supporto da parte dei leader mondiali
  4. Descrive il suo ripetere che “non cerchiamo l’indipendenza” come il suo “mantra” – parola che nell’originale anche Buddista indica un suono come strumento di indagine spirituale, e non necessariamente qualcosa di interpretare per quello che sembra

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Tutto sommato, la “via di mezzo” non sembra un’iniziativa particolarmente promettente, visto che scontenta tutti ma proprio tutti e risulta solo in una montagna di ambiguita’ che ognuno puo’ leggere come vuole.

Sarebbe sicuramente meglio se il Dalai Lama attuasse quello che dice, comportandosi come se il Tibet davvero fosse parte della Cina e le sue etnie non fossero rigidamente divise. E chi ha poi detto che la cultura dell’etnia Han sia necessariamente monolitica?

Oppure altrimenti, che dica la verita’, e chieda l’indipendenza piena. Come fece Gandhi stesso, fin quasi dal principio.



2 Responses to “Il Dalai Lama e l’Indipendenza del Tibet”

  1. 1 silvia

    Il Dalai Lama deve dire la verità? Ma quale verità vorrebbe sentire sig. Maurizio? I dati di fatto dimostrano che il Tibet è sotto occupazione e che andando avanti così, la cultura tibetana scomparirà. Settimana scorsa è stato ospite a casa mia Lama Tashi, il portavoce del Dalai Lama. Abbiamo tenuto una conferenza a Lecco ed abbiamo lasciato in volo 500 palloncini portanti un messaggio rivolto alla liberazione del Tibet. Forse lei ha poca conoscenza della religione Buddhista. I discorsi del Dalai Lama probabilmente possono risultare incomprensibili per molti perchè lontani dal nostro modo di vedere. Al Tibet non interessa arricchirsi, il tibet non ha bisogno di un etichetta, il tibet vuole soltanto preservare la sua cultura, questo è un suo diritto. Nella conferenza tenutasi a Lecco, Lama Tashi (portavoce del Dalai Lama) ha detto che le informazioni riguardo ciò che sta succedendo in Tibet hanno difficoltà ad uscire dal paese perchè il governo cinese lo impedisce. In Tibet, nelle scuole, la lingua tibetana è stata censurata. Si insegna soltanto la lingua cinese e l’inglese. I templi Buddhisti sono stati occupati dai cinesi e ristrutturati ed ora all’interno di questi templi i turisti che andranno in Tibet, vi ci troveranno dei falsi monaci buddhisti, dei cinesi travestiti da monaci. Vi faranno credere che la cultura Tibetana esiste ancora, ma sarà finta, tutta una farsa messa in piedi dal governo cinese per speculare sul turismo Tibetano.
    Allora Signor Maurizio chiedo a lei…. non ha ancora capito cosa vuole il Dalai Lama ed il popolo Tibetano? Lei come italiano, sarebbe stato contento che qualcuno le portasse via tutto? Casa, famiglia, religione, lingua….
    Perchè per quanto riguarda l’Iraq abbiamo subito capito tutti che aveva bisogno, ma aveva bisogno veramente di aiuto?
    Perchè il Tibet o la Palestina devono subire l’occupazione?

  2. 2 silvia

    Mi perdoni ma ci tengo anche a spiegarle qualcosa riguardo al Buddhismo e al perchè il Dalai Lama sembra non voler prendere una decisione e stare nel mezzo.
    Conosce la parola equanimita? Ha significato di equilibrio, bilanciamento della mente. Si può dire che tutto l’insegnamento Buddhista può essere ricondotto allo sviluppo di questa virtù. Si identifica il Buddhismo come “La Via di Mezzo” in cui si riconosce che la retta condotta risiede nella linea mediana di condotta di vita evitando tanto gli eccessi e gli assolutismi, quanto il lassismo e l’abbandono. Questo spiega perchè a Lei risulta che il Dalai Lama sia indeciso. Lui sà cosa vuole, purtroppo noi nella nostra ignoranza non riusciamo a capirlo, non si tratta di dire o dubitare che non stia dicendo la verità! Stiamo parlando con una persona appartenente ad una cultura completamente diversa dalla nostra. Il suo sforzo sarà quello di cercare di farsi capire, ma il nostro sforzo deve essere rivolto a cercare di capire. Pertanto come dice il Buddhismo, tra lo sforzarsi di farsi capire e lo sforzarsi di capire si arriva alla via di mezzo che è il punto di unione e di comprensione. Il Dalai Lama è per questa soluzione, non per scegliere un’estremo, perchè scegliere un estremo vuol dire scontentare l’altro ed accontentare uno solo. Sarebbe una scelta non equilibrata.
    Spero di averle chirito i suoi dubbi.
    La saluto e le auguro buona giornata,
    Silvia


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