Niente Dimostra il Perche’ dell’Indipendenza Tibetana…

19Giu08

…quanto il comportamento del Governo Cinese.

Potessi fare una sola domanda a Hu Jintao, il Presidente Cinese, gli chiederei: Ma se il Tibet e’ davvero parte della Cina, e non una colonia, allora perche’ viene trattato dalla Cina come se fosse una colonia?

Lasciamo pure perdere le ambizioni “politiche” o meno del Dalai Lama; le opinioni sulla indipendenza diffuse fra la diaspora tibetana e fra i tibetani in Cina; e la malcelata propaganda anti-cinese sulla maggior parte dei mezzi di comunicazione internazionali.

Quelli sono argomenti importanti ma che non spiegano, e non potranno mai spiegare il perche’ del “muso duro” scelto dal Governo di Pechino per decenni riguardo la “questione tibetana”: nonostante il fatto che solo un approccio piu’ morbido permettera’ alla Cina stessa di non essere categorizzata come “un impero coloniale” (come detto recentemente da Sir Malcolm Rifkind, ex Ministro della Difesa britannico, in “A pragmatic solution“, International Herald Tribune, 24/3/2008 )

Il Governo Cinese puo’ far scrivere chilometri di articoli contro il Dalai Lama; gli storici Cinesi possono sgolarsi nelle aule universitarie, in televisione, alla radio descrivendo per filo e per segno come il Tibet e la Cina siano stati uniti come un solo Stato fin dai tempi degli australopitechi; gigabytes di fotografie e filmati possono essere pubblicati su internet con tibetani festanti al passaggio della fiaccola olimpica, tutti molto grati del benessere tecnologico generosamente offerto da Pechino.

Eppure, tutto cio’ non avra’ molto valore, perche’ la verita’ si vede non nelle parole, non nelle leggi, non negli studi e neanche nelle fotografie. Per capire se il Tibet e’ una colonia, e quindi se ha diritto all’Indipendenza (sempreche’ cosi’ vogliano i suoi abitanti), ad aver valore sono solo i fatti, e gli atteggiamenti.

E i fatti e gli atteggiamenti puntano innumerevoli a una sola risposta: il Tibet e’ una colonia della Cina.

Guardiamo ai dettagli aiutandoci anche con quanto scritto da Howard W French sul New York Times nel marzo scorso (“In Tibetan areas, parallel worlds now collide“); su un editoriale dell’Economist del 22 marzo (“Tibet: A Colonial Uprising“); da Patrick W French, autore di “Tibet, Tibet: A Personal History of a Lost Land“, in un’opinione pubblicata sul New York Times sotto il titolo “He’s no politician“; e nell’eccezionale reportage del corrispondente dell’Economist, “dimenticato” a Lhasa proprio nei giorni della rivolta (“Thrashing the Beijing Road“);

  1. Cinquanta anni sono passati da quando Mao finalmente estese la giurisdizione di Pechino all’altopiano del Tibet. Eppure, gli unici strumenti per raggiungere l'”armonia” in Tibet sembrano essere l’arma da fuoco, e i militari
  2. Quando e’ scoppiata la rivolta a Lhasa e in altri posti nel Marzo scorso, non c’e’ stata risposta immediata da parte delle autorita’. Con il capo locale Zhang Qingli in quel momento a Pechino, cio’ fa pensare che Zhang abbia accentrato su di se’, senza alcuna delega, ogni possibilita’ di decisione: come, appunto, puo’ fare un Vicere’ per governare la sua colonia
  3. I Tibetani sono trattati come cittadini di seconda classe. Anche se solo ufficiosamente, il “sistema” favorisce comunque i Cinesi Han
  4. Non ci sono Tibetani ai posti di comando, fra i militari o nella burocrazia o nel partito (strutture come si sa molto chiuse in se stesse, e malfidate delle e dalle popolazioni colonizzate)
  5. Migliaia di Cinesi Han vengono incoraggiati a trasferirsi in Tibet (se non e’ colonizzazione, quella, allora cos’e’?)
  6. I Tibetani e i non-Tibetani vivono in Tibet praticamente in mondi separati
  7. Manifestazioni di protesta anche molto pacifiche sono praticamente impossibili
  8. C’e’ molto pregiudizio, e poca fiducia fra gli uni e gli altri. I Cinesi di etnia Han (la maggioranza dei Cinesi nel mondo) evitano i Tibetani in Tibet, e hanno pochi o zero amici Tibetani
  9. Vengono propinati alla popolazione una serie di “miti”, come la secolare cinesita’ del governo in Tibet, che sono propaganda finanche troppo rozza
  10. Il “Padre della Patria Tibetana”, il Dalai Lama, simbolo per ogni tibetano ovunque nel mondo, non solo non e’ riverito dallo Stato Cinese: e’ addirittuare oggetto di vilipendio e offesa quasi come routine quotidiana. Un giorno descritto come “irrilevante”, poi il giorno dopo come “capace di fomentare sentimenti anti-Cinesi” (e quindi, assai poco “irrilevante”)
  11. Non parliamo neanche del Panchen Lama, fatto sommariamente sparire bambino, tanti anni fa.

A completare la situazione, il fatto che la strada principale di Lhasa e’ stata rinominata “Beijing Road”

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In inglese c’e’ un detto, se cammina come un papero e starnazza come un papero, allora…e’ un papero. Analogamente, se la Cina in Tibet si comporta da occupante/colonizzatrice, vuol allora dire che il Tibet e’ una colonia, e non fa parte della Cina…

Non solo: il Governo di Pechino ricorda nel suo modo di esprimersi e di agire, i tempi peggiori degli anni di Stalin, e di Mao, come sottolineato da Vaclav Havel, Frederik Willem de Klerk, e altre eminenti personalita’ in una lettera aperta pubblicata sulla New York Review of Books il 1 Maggio 2008: “Tibet: The Peace of the Graveyard (“Tibet: la Pace del Cimitero”).

Qualcuno lo dica a Hu Jintao: tutto cio’ non e’ un segno di forza e maturita’, ma anzi di debolezza e incapacita’ di risolvere un conflitto addirittura pluridecennale. Comportarsi da potenza coloniale di sicuro non puo’ portare la Cina ne’ ad alcuna soluzione duratura della “questione tibetana”, ne’ verso alcun stato generalizzato di “armonia”.

Al massimo, puo’ portare il Tibet verso l’indipendenza piena.



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