Sui Giudici, Berlusconi Non Ha Torto…

17Giu08

…perche’ sono oggi, 25 anni dall’arresto di Enzo Tortora

• Dichiarazione di Rita Bernardini, Segretaria Nazionale di Radicali Italiani, deputata radicale-PD e membro della Commissione Giustizia alla Camera

Roma, 17 giugno 2008

Oggi 17 giugno ricorre il 25° anniversario del clamoroso arresto di Enzo Tortora, all’interno della maxi-operazione della Procura di Napoli contro la NCO, la Nuova Camorra Organizzata. In quella notte furono arrestate oltre 850 persone, 200 delle quali furono del tutto prosciolte, 90 risultarono coinvolte per “pura omonimia” e del tutto estranee ai fatti contestati. Il polverone che fu alzato dall’impresa di “macelleria giudiziaria” fu tale da “obnubilare” (per usare le parole di Enzo) l’opinione pubblica italiana e distrarre l’attenzione dagli scandali della gestione del terremoto.

Un anno dopo, sempre il 17 giugno 1984, Tortora veniva eletto al parlamento Europeo con oltre 400.000 voti di preferenza personale nelle liste del Partito Radicale, di cui poi divenne Presidente.

Ma la macchina infernale, messa in moto da alcuni magistrati, alcuni giornalisti e un manipolo di pregiudicati “pentiti”, era ormai avviata ed il Tribunale di Napoli nel settembre 1985 emetteva la sua vergognosa sentenza di primo grado, in cui si dichiarava Enzo Tortora colpevole, con esemplare condanna ad oltre 10 anni.

Esattamente a quattro anni dall’infamante arresto, ancora il 17 giugno 1987, la Corte di Cassazione assolverà in via definitiva Tortora da ogni accusa, confermando la sentenza dell’Appello.

A distanza di anni, come radicali, vogliamo ricordare questi coincidenti anniversari, affinché, come disse Leonardo Sciascia e come fu scritto sulla tomba di Tortora al cimitero monumentale di Milano: “non sia un’illusione”. Affinché non sia stata una speranza illusoria la battaglia per la Giustizia Giusta che Enzo ha combattuto, da radicale e che portò alla grande vittoria dei referendum “Tortora” per la responsabilità civile dei magistrati.

A vent’anni dalla prematura morte, nell’anniversario dell’incredibile arresto, accogliamo con soddisfazione la decisione del Sindaco Marta Vincenzi e della sua Giunta di onorare il genovese Enzo Tortora con l’intitolazione della galleria che collega la centralissima “via Roma” con la storica “galleria Mazzini”, all’altezza del Ristorante Europa. Giunge così a conclusione un lungo iter politico e burocratico. Ne siamo felici: la sua Genova, sana ora una colpevole dimenticanza e dà un contributo a ricordare. Ma il “caso Tortora” è stato per noi radicali il “caso Italia”, un episodio eclatante di malagiustizia che, grazie all’impegno ed al sacrificio di Tortora, ha segnato una tappa importante della lotta, quanto mai necessaria ed urgente, per la Giustizia Giusta. Oggi come 25 anni fa.

Tortora, l’odissea di un uomo in un Paese smemorato • dal Secolo XIX del 17 giugno 2008, pag. 16 di Massimiliano Lenzi

Venticinque anni fa, alle quattro e un quarto del mattino del 17 giugno, bussano alla porta di una camera dell’Hotel Plaza di Roma. Spalancato l’armadio, aperta una valigia, sequestrata un’agenda telefonica, guardato dentro ai calzini e spaccato un salvadanaio di ceramica a forma di porcellino (non si sa mai) si portano via un uomo stralunato, che ha appena avuto il tempo di vestirsi e di raccogliere pochi effetti personali in una sacca di tela rossa. (…) All’uomo vengono prese le impronte digitali e scattate le foto di rito: faccia e profilo. La faccia e il profilo di Enzo Tortora”. Leggendo l’incipit del libro di Vittorio Pezzuto (genovese, ex radicale, giornalista sapido e, da alcune settimane, portavoce del ministro “antifannulloni” Renato Brunetta) “Applausi e sputi. Le due vite di Enzo Tortora” (Sperling & Kupfer, 521 pagine, 15 euro), si entra dritti negli incubi del Belpaese attraverso l’odissea giudiziaria di un uomo famoso, buttato giù dal ietto con poche parole: “Lei è in stato di arresto”. “Come?”. “C’è un ordine di arresto della Procura di Napoli”. Era innocente.

E siccome gli incubi non vengono mai da soli, anche i giornali, la carta stampata, con le solite rispettabili eccezioni, inzuppò l’inchiostro nella notizia da prima pagina. Lo fotografarono con le manette ai polsi e scrissero di Tortora Enzo, brillante giornalista ed uomo colto, genio della televisione (tra i suoi programmi il più ricordato è Portobello, una galleria su un popolo di santi, poeti ed inventori ma fu anche un superbo giornalista sportivo) che era “un ligure spendaccione” , “che aveva occhi abilmente lucidi” e chissà “quali debolezze”, aggettivando come in un romanzo di Liala una delle più grandi ingiustizie italiane degli ultimi 30 anni. Nella lingua, nell’uso delle parole, spesso si ritrova l’indole di un popolo. Gli aggettivi non erano veri ma anche se lo fossero stati, ci chiediamo, che colpa è “essere spendaccioni” ?

Leggendo nel libro di Pezzuto le cronache, i dettagli, i corsi del processo, le immagini si accavallano e, a tratti, sembra di essere finiti dentro un film di Dino Risi, una pellicola eterna sui pregiudizi nazionali. Perché “Applausi e sputi”, in un Paese smemorato come l’Italia, ha tanti meriti ma uno su tutti gli altri: ricordare i fatti, le vite di un uomo; il prima (successo, programmi tv, onori) e il dopo (la galera ingiusta, poi l’assoluzione) che si concluderà con la sua morte. Pezzuto, da buon genovese, dopo aver presentato il libro in giro per l’Italia, non ha potuto fare a meno di prendersela con la sua città, la Superba, che per anni si è rifiutata di dedicare una via a Enzo Tortora ed oggi, che si è decisa, “gli ha dedicato un marciapiede, e talmente piccolo che la targa sarà lunga un decimo di tutto il tratto”.

«Gli avrebbero dovuto intitolare» spiega al Secolo XIX «lo spiazzo antistante il carcere di Marassi, che non dà neppure problemi di cambio di numeri civici, con la targa: “Vittima della giustizia”». Forse Pezzuto ha ragione ma a noi la questione della toponomastica appare consolatoria.

Troppe ingiustizie, in Italia, si riparano con l’intitolazione del “Largo tal dei tali..”, magari in periferia, lontano lontano, vicino ai viadotti. No, quello che conta è la memoria, la storia raccontata nel libro e quella telefonata alla figlia Silvia nel maledetto giorno di 25 anni fa: “Ricordati che papà è quello di sempre”. E l’Italia? Chissà se è cambiata l’Italia…



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