Dio, Wittgenstein e il Significato come Giustificazione

08Mag08

Nicla Vassallo giustamente suggerisce che si ragioni di piu’ e si sproloqui di meno, in tema di religione ma non solo (“In cosa crede chi (non) crede“, Domenicale Sole24Ore, 20 Aprile 2008). Peccato pero’ che le manchi l’ultimo pezzo del puzzle.

Vassallo parte da Wittgenstein (“Su cio’ di cui non si puo’ parlare, si deve tacere“) per passare alla “nozione di significato come giustificazione“: nel senso che ha significato solo cio’ che si puo’, appunto, giustificare.

Quindi “La Luna e’ fatta di formaggio” non ha senso (e bisogna tacere, invece dire quella sciocchezza) perche’ non c’e’ modo di dimostrare che la Luna, appunto, sia fatta di prodotti caseari.

Applicare questo ragionamento all’ateismo, e alla Fede, sembra un processo molto semplice. Scrive Vassallo a proposito dell’ateismo (prima di fare un discorso perfettamente analogo riguardo chi crede in Dio):

Quando affermiamo ‘sono ateo’ stiamo in effetti affermano ‘Dio (o dio) non esiste‘ per la nozione di significato come giustificazione stiamo dicendo qualcosa che ha significato solo nel caso in cui disponiamo di buone ragioni per credere che sia vero che Dio (o dio) non esiste

Non disponendo Vassallo di quelle “ragioni“, dice (pero’ e sfortunatamente) di ritenere che

sempre che ci siano, queste ragioni sono conseguibili grazie a competenze in filosofia della religione e teologia

(e quindi, in ultima analisi sul problema dell’esistenza di Dio tutti dovrebbero stare zitti)

La qual cosa non mi sembra, diciamo cosi’, un’affermazione molto intelligente…

Si vede che Vassallo non ha mai creduto, e non e’ mai stata atea. Va bene che e’ Professore di Filosofia, ma ci vuole cosi’ tanto a vedere al di la’ del proprio guscio, invece che ritenere che un argomento che ha tenuto impegnate tante menti umane per millenni, e’ risolvibile (se mai e’ risolvibile) semplicemente studiando filosofia della religione e teologia?

Ce l’avra’, un amico credente o ateo a cui chiedere la giustificazione dell’ateismo o della Fede? Le cui “buone ragioni” sono, e lo dico con quasi assoluta certezza, assolutamente personali, soggettive, anzi cosi’ non-obiettive da risultare quasi impossibili da comunicare.

Pur tuttavia, quelle “ragioni” esistono.

E non vengono da nessuna laurea in filosofia o teologia.



4 Responses to “Dio, Wittgenstein e il Significato come Giustificazione”

  1. 1 Sandra Savaglio

    Mi pare che l’articolo di Nicla Vassallo sia molto piu’ garbato di questa vaga riisposta sulla questione religiosa.

    Bisogna per forza prendere una posizione, da una parte o dall’altra? Se e’ un filosofo a esprimere un sentimento religioso piuttosto personale e privato, e’ giusto attaccarlo con commenti cattivell che non aggiugono niente alla discussione? Come se fosse il dovere del filosofo indicare la strada giusta?

    Io condivido la posizione di Nicla. Anzi, direi che la capisco e sono contenta di non sentirmi piu’ tanto sola. Ben fatto.

  2. grazie Sandra Savaglio del commento.

    Penso ci sia una questione di sensibilita’. Qui dove vivo la dialettica e’ incoraggiata a tutti i livelli, e si disquisisce poco sul fatto che sia “cattivella” o meno. E non mi interessa se il filosofo o qualcun altro indichi la strada giusta o meno: se lo scambio riguarda dei ragionamenti scritti, e’ su quei ragionamenti che si discute, non sulle persone che li fanno.

    Io il mio contributo alla discussione l’ho dato: le “buone ragioni” per credere, o per non credere, sono in possesso di milioni di credenti e di atei. A meno che non si voglia pensare che detti milioni siano tutti ma proprio tutti degli esseri fondamentalmente irrazionali. Liquidarli tutti in quel modo solo perche’ la Vassallo o altri non posseggono quelle “ragioni”, mi sembra perdersi un bel pezzo dell’umanita’.

    E dire che per parlare di religione (come credenti, come atei, come agnostici) bisogna esserne “competenti” (nel senso di “studiosi”), mi piacerebbe che qualcuno mi dimostrasse come possa essere considerato altro che una semplicioneria.

    Ripeto: padronissimi nel pensare che chi prega e chi fa parte della Associazione Atei siano entrambi dei cerebrolesi incapaci di autocritica. Ma inutile lamentarsi se poi questo pensiero viene categorizzato come una sciocchezza.

  3. 3 Sandra Savaglio

    Caro Maurizio,

    io non ho interpretato l’articolo nello stesso modo. Anzi, mi pare che sia molto piu’ profondo di quello che hai inteso tu. Non mi pare che la Vassallo vogla dire in maniera piu’ o meno diretta che gli atei o credenti siano celebrolesi. Come potrebbe fare una cosa cosi’ stupida? Se non altro perche’ la delicatezza con cui viene descritto il suo pensiero mi sembra fuori dal comune. Condivido con lei che il pensiero religioso sia una faccenda intima, esporsi in questo modo richiede coraggio.

    Quindi confesso: i tuoi commenti non li capisco. Ma ammetto, forse non sono abbastanza furba.

    Chiedo scusa per l’intrusione inopportuna.

    Sandra
    Sandra

  4. macche’ intrusione inopportuna, figuriamoci. Ogni commento vuol dire che qualcuno ha letto quello che ho scritto 8-))

    Mi sa che rimarremo in disaccordo sul significato di “sempre che ci siano, queste [buone] ragioni sono conseguibili grazie a competenze in filosofia della religione e teologia” che io interpreto come

    (a) le “buone ragioni” per credere o non credere non ci sono; e

    (b) quand’anche ci fossero, la “persona qualunque” non puo’ averle…


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