La Mediorientalizzazione di Israele

2008/Giu/30

Uno Stato multietnico e multireligioso, dove: una “etnia” domina su tutte le altre; il senso di appartenenza al proprio gruppo supera la lealta’ civica comune; ci sono partiti su base etnica, e/o disinteressati ai problemi di chi non e’ “dalla stessa parte” ; interi villaggi “sconvenienti” per il Governo sono abbandonati senza praticamente alcun servizio statale, da decenni; i confini sono per lo piu’ completamente artificiali; i militari sono un po’ troppo importanti e lavorano un po’ troppo in segreto; non mancano certo i fondamentalisti; una “religione di Stato” controlla tante parti della vita e della morte di tutti i cittadini, anche quelli di un’altra religione.

E’ questo l’Israele descritto da Adam LeBor nel commentare sull’International Herald Tribune il nuovo libro “The Hebrew Republic” di Bernard Avishai.

Insomma, dopo 60 anni Israele si e’ mediorientalizzato, uno Stato fra i tanti minati dalla propria storia. A distinguere lo Stato ebraico dai vicini piu’ immediati sono rimasti solo un potere giudiziario indipendente, una stampa libera e vociante, e una robusta societa’ civile.

Ma sopravvirerebbero quelli, a un conflitto interno tipo quelli del Libano, o addirittura a un confronto fra i coloni piu’ duri e puri, e il resto (ebraico) del Paese?


BBC: Tutti i Motivi per Coltivare Oppio in Afghanistan

2008/Giu/30

Sicuramente da ascoltare (in inglese, ahime’) il programma “File on 4″ trasmesso sul canale radio BBC4 il 24 giugno scorso, e disponibile in formato MP3 a questo link.

Anche se ce n’e’ poca traccia sia nel sito del programma, sia in un articoletto di accompagnamento scritto per il sito di BBC News, l’autrice giornalista Kate Clark spiega in dettaglio come e perche’ coltivare oppio in Afghanistan sia da alcuni anni una decisione perfettamente logica, se non addirittura l’unica possibilita’ in alcune zone.

Appena ne ho il tempo scrivo un riassunto di quanto scoperto dalla Clark, ma in sostanza: se l’oppio garantisce un reddito (denaro) sicuro, con gli acquirenti che si recano dai produttori invece che questi vedersi obbligati di recarsi al mercato; se recarsi al mercato e’ un’avventura sia per le condizioni delle strade, sia per la corruzione a tutti i livelli inclusa la polizia; se l’oppio e’ una merce praticamente indeperibile, cosa che non si puo’ dire di quasi tutti gli altri prodotti dell’agricoltura; se le campagne di eradicazione finiscono sempre per colpire solo il piccolo produttore senza connessioni politiche; ALLORA e’ ovvio il perche’ l’Afghanistan domini al momento la produzione mondiale di oppio.

L’ONU insomma puo’ fare tutte le campagne che vuole per cercare di estirpare fino all’ultima piantina; e la NATO puo’ cercare di associare l’oppio afghano ai talebani, a Osama bin Laden o anche a mangiatori di bambini e torturatori di vecchiette, per quello che importa; finche’ non si toccano i motivi di fondo, di piantagioni di Papaver Somniferum da quelle parti ce ne saranno a migliaia…e a ragion veduta!


Sanno Leggere e Scrivere, negli Istituti Italiani di Cultura

2008/Giu/27

Attivita’ un po’ insolita ultimamente su Contrappunto, il blog di Riccardo Chiaberge, Direttore del supplemento domenicale del Sole24Ore, dove e’ stato pubblicato un pezzo molto, molto critico nei confronti di chi lavora in certi Istituti Italiani di Cultura.

Con tutti quei commenti decisamente un po’ lunghi, se non altro adesso sappiamo che tanti addetti di vario livello in tanti Istituti di Cultura, sanno leggere, sanno pure scrivere (addirittura!)…e non difettano certo di permalosita’!!!

L’Istituto di Londra dove vivo, se qualcuno e’ interessato alla mia opinione, ha un grosso problema, ed e’ quello di riuscire a informare delle proprie iniziative.

Io sono stato a un paio di mostre d’arte recentemente ma solo perche’ ho per caso conosciuto personalmente la Sig.ra Pittelli: e quindi sono entrato nella mailing list. Ma dal resto dell’IIC non mi e’ mai arrivata neanche una cartolina postale.

Come si sa, le iniziative che accadono senza che lo sappia nessuno, e’ come se non fossero mai esistite. Invito quindi il Dott. Barrotta, e ogni altro Direttore IIC ovunque nel mondo, a investire prima di tutto tempo, risorse e denaro in una massiccia campagna di pubblicizzazione delle loro attivita’ presso gli italiani cola’ rispettivamente residenti.

E chissa’, magari si vedranno nascere anche tanti blog cui iscriversi per essere sempre a conoscenza per tempo, di quanto venga organizzato


Tibet e Cina: La Storia su Limes

2008/Giu/27

Limes Online ha un interessante video “Atlante Storico del Tibet“. E’ questo un argomento particolarmente difficile da interpretare correttamente, perche’ l’eccessiva politicizzazione della questione-Tibet anche fra gli storici fa sempre dubitare se quanto venga presentato sia “il vero” o una distorsione piu’ egregia del solito.

Non ho motivo di ritenere che il lavoro di Alfonso Desiderio e Laura Canali sia peggiore di quanto altro ho letto finora sull’argomento, anzi! Qualche dettaglio in piu’ sul periodo 1950-1959 non avrebbe certo fatto male…

[...] Il Tibet è stato un grande impero tra il VII e il IX secolo, periodo in cui si diffonde e si sviluppa nel paese il buddhismo.
Nel XIII secolo il Tibet cade sotto l’influenza dei mongoli e qui la storiografia cinese fa iniziare l’assoggettamento tibetano alla Cina. A loro volta i mongoli subiranno l’influenza del buddhismo mentre in Tibet prevarrà tra le varie scuole rivali quella del Dalai Lama.

A partire dal Settecento una serie di spedizioni cinesi metterà fine all’indipendenza tibetana, mentre nell’Ottocento sarà la Gran Bretagna a contendere la regione alla Cina, ormai alle prese con una lunga crisi interna, che consentì al Tibet di sottrarsi di fatto al controllo di Pechino. [...]

 


Il Grigio Tramonto del Professore

2008/Giu/27

Eri attivo e interessato. Hai trovato la tua “causa” e ci hai creduto, e lavorato. Hai diffuso cio’ in cui credevi, e ancora credi. Ma adesso cosa hai fatto? Solo con gli “specialisti” vuoi parlare, e chiunque fa domande marchi come “troll”, disonesto, non-persona.

E se poi l’eta’ e’ dalla tua parte, il non-interlocutore diventa un’attempata spogliarellista.

Rifugiato nelle tue certezze troppo incerte per poterne discutere, non vuoi piu’ dialogo. E quindi non ti scrivo. Fai del male alla tua causa, non potrai che rovinarvi: e un giorno tocchera’ a te, diventare l’attempata.


Corte Suprema USA: Doppio Colpo contro la Pena di Morte

2008/Giu/26

Con una decisione 5-contro-4, la Corte Suprema americana ha stabilito ieri 25 Giugno 2008 che non e’ possibile applicare la pena capitale a chi ha violentato uno o piu’ minori.

Naturalmente i violentatori si devono passare i loro decenni in galera, ma insomma e’ passato il principio secondo il quale la pena di morte non si applica ai delitti che non comportino la morte delle vittime.

Questo potrebbe suggerire ulteriori argomenti di discussione: vuol forse dire, la Corte Suprema, che la pena di morte e’ “solo” una vendetta di Stato, una morte per compensare un’altra morte? Ma non e’, probabilmente, il momento giusto.

E’ il momento giusto invece di sottolineare quanto scritto nell’opinione di maggioranza dal Giudice Anthony Kennedy:

“When the law punishes by death, it risks its own sudden descent into brutality, transgressing the constitutional commitment to decency and restraint”

Quando la Legge punisce con la morte, rischia di far precipitare se stessa verso la brutalita’, trasgredendo al dettato costituzionale della decenza e della moderazione”

Insomma, il Giudice Kennedy ha confermato quanto ripetuto da anni da chi lotta per l’abolizione della pena di morte: l’applicazione di questa significa (rischiare fortemente di) brutalizzare tutto il sistema legale di una nazione, dai carnefici di professione ai procuratori che discutono del perche’ terminare la vita di un imputato ai giudici e alle giurie che a quella vita decidono di porre fine.

Tre “hooray” per il Giudice Kennedy.


Il Dalai Lama e l’Indipendenza del Tibet

2008/Giu/25

Ma insomma il Dalai Lama vuole un Tibet indipendente o no? C’e’ qualcosa di vero nelle accuse delle autorita’ cinesi, secondo le quali egli nasconderebbe un continuo desiderio o addirittura dei piani per raggiungere l’indipendenza?

Non e’ facile rispondere a queste domande. E’ vero che Sua Santita’ continua a ripetere che il suo obiettivo e’ “solo” un’ampia autonomia per il Tibet, ma non possiamo limitarci certo solo a quello che si dice: men che meno nel caso del Dalai Lama, i cui pensieri sono spesso difficili da intendere.

Si puo’ comunque partire dall’Appello inviato dal Dalai Lama nell’Aprile 2008, riguardo la rivolta del mese precedente in Tibet, nel quale ci sono alcune interessanti ambiguita’:

  1. L’appello e’ al popolo cinese, ma l’originale e’ in tibetano
  2. Si parla di “diverse nazionalita’” ma il discorso e’ tutto riguardo “tibetani” e “cinesi”
  3. Viene menzionata “un’escalation della tensione” nel 1956 come inizio del tracollo della situazione, senza precisare pero’ cosa mai sia successo in quell’anno
  4. Si dice che la decisione di non cercare di “separate il Tibet dalla Cina” e’ stata presa ma sono nel 1974, cioe’ 15 anni dopo la fuga del Dalai Lama verso l’India, e due anni dopo il viaggio di Nixon in Cina con la conseguente rinuncia da parte della CIA nel 1973 di supportare i ribelli tibetani (armati)
  5. Il Dalai Lama menziona il “grande beneficio per il Tibet nel rimanere in seno” alla Repubblica Popolare Cinese riguardo alla “modernizzazione e allo sviluppo economico” – un’affermazione non troppo implicita della separazione fra Tibet e Cina
  6. Come soluzione attuale viene proposta una “via di mezzo” che per definizione non e’ quanto vorrebbe il governo Cinese, e cioe’ il riconoscimento che il Tibet e’ parte della Cina

Dal canto suo il governo di Pechino accusa il Dalai Lama di volere l’indipendenza del Tibet, e quindi la “scissione” della Cina, sulla base di alcuni elementi dal loro punto di vista circostanziati. Come elencato da Robert Barnett in “Thunder from Tibet” (New York Review of Books, 29 Maggio 2008 ) in una recensione del libro “The Open Road: The Global Journey of the Fourteenth Dalai Lama” di Pico Yier:

  1. Il rifiuto del Dalai Lama di dire che il Tibet ha fatto parte della Cina, in passato
  2. I viaggi sempre piu’ frequenti in Occidente, spesso risultanti in condanne contro la Cina da parte dell’opinione pubblica internazionale
  3. Il suo non voler denunciare qeugli esponenti tibetani in esilio che chiedono esplicitamente l’indipendenza

Non c’e’ dubbio comunque che per i Tibetani in generale e’ l’indipendenza l’unico vero obiettivo. Riferisce Barnett di come ci sia chi e’ morto pur di mostrare una bandiera tibetana in pubblico; e che nel passato almeno, alle dimostrazioni e le rivolte dei monaci si accompagnavano richieste per l’indipendenza. Gli stessi disordini del Marzo 2008 non sono capitati allora per caso, ma in concomitanza del 49mo anniversario della rivolta tibetana del 1959. 

Giusto per eliminare ogni qualsivoglia dubbio, Somini Sengupta riporta sull’International Herald Tribune come alle giovani generazioni tibetane non vada tanto a genio la “via di mezzo”, perche’ a loro importa solo l’indipendenza (“For some young Tibetan exiles, Dalai Lama’s ‘middle way’ is a road to failure“, 22 Marzo 2008 ).

Ma a leggere fra le pieghe nell’articolo, non possono che aumentare i dubbi riguardo il vero pensiero e la vera aspirazione del Dalai Lama. Questi infatti:

  1. Dice di sentirsi obbligato a chiedere ai giovani tibetani di essere “pratici” nelle loro richieste – in altre parole, di dissimulare il loro desiderio ultimo
  2. Viene descritto come guidato da una strategia che e’ volta a risparmiare vite…Tibetane
  3. Afferma che chiedere l’indipendenza significherebbe perdere il supporto da parte dei leader mondiali
  4. Descrive il suo ripetere che “non cerchiamo l’indipendenza” come il suo “mantra” – parola che nell’originale anche Buddista indica un suono come strumento di indagine spirituale, e non necessariamente qualcosa di interpretare per quello che sembra

===========

Tutto sommato, la “via di mezzo” non sembra un’iniziativa particolarmente promettente, visto che scontenta tutti ma proprio tutti e risulta solo in una montagna di ambiguita’ che ognuno puo’ leggere come vuole.

Sarebbe sicuramente meglio se il Dalai Lama attuasse quello che dice, comportandosi come se il Tibet davvero fosse parte della Cina e le sue etnie non fossero rigidamente divise. E chi ha poi detto che la cultura dell’etnia Han sia necessariamente monolitica?

Oppure altrimenti, che dica la verita’, e chieda l’indipendenza piena. Come fece Gandhi stesso, fin quasi dal principio.


Di Girolamo A Spasso…Chissa’…

2008/Giu/24

Il senatore/nonsenatore Di Girolamo non verra’ arrestato. Buon per lui. O quasi. Finora il Nostro non e’ riuscito a tirar fuori quel documento che risolverebbe tutto, accertando definitivamente che era sia residente all’estero che iscritto alle liste elettorali estere, quando si e’ candidato al Senato.

Il GIP che ne aveva chiesto gli arresti (domiciliari, benintesto!) aveva pero’ accennato a possibili inquinamenti di probe. E infatti…che bisognerebbe fare se proprio adesso quei “documenti” spuntassero improvvisamente?

Ecco, come disse Andreotti, non si potrebbe in quel caso che commettere un peccato…e pensare male!

Povero senatore/nonsenatore: quand’anche adesso riuscisse a salvarsi, il sospetto sara’ quasi impossibile da cancellare.  

ps io so quale documento dovrebbe saltare fuori, per scagionare il Di Girolamo: una paginetta semplice semplice. In assenza della quale c’e’ poco da disquisire.

Ma visto che non sono sicuro che esista, quella paginetta, per non far cadere nessuno in tentazione di fabbricarne una fresca fresca, non entro in dettagli in questo momento…


Delegazione Italiana Alternativa per Pechino 2008

2008/Giu/24

In spirito di continuita’ con l’abituale indecisione e cerchiobottismo, l’Italia ha ieri garantito alla Cina che l’8 Agosto ci sara’ una “personalita’ di alto livello” a capeggiare la nostra delegazione a Pechino.

I dettagli sono stati naturalmente lasciati alle misteriose nebbie del futuro. In prima analisi comunque, il particolare dell’altezza sembrerebbe escludere l’attuale Primo Ministro.

Chi avra’ l’onore del viaggio a spese dei contribuenti? La trasmissione Jefferson Ming su Radio24 ha chiesto consigli agli ascoltatori. Suggerimenti fino a questo momento:

(a) il Gabibbo
(b) Paolini (il “disturbatore” )
(c) Rocco Siffredi
(d) Elio (senza Storie Tese)

Ulteriori candidature sono ancora ben accette. Peccato per Maurizio Costanzo…forse c’e’ qualche speranza ancora per Ferrara, Pera o Vattimo?

Dopotutto, non e’ stato ancora precisato se la delegazione sara’ poi fatta rientrare in Italia.


Esplosiva Ipotesi Sulla Sessualita’

2008/Giu/20

Adam Phillips fa la recensione sull’ultima London Review of Books del libro “Sexual Fluidity: Understanding Women’s Love and Desire” (“Fludita’ Sessuale: Comprendere Desiderio e Amore nelle Donne”) di Lisa Diamond: un libro frutto di una pluriennale ricerca personale dell’autrice nel campo dell’omosessualita’ femminile.

Ci sarebbero da fare un po’ di critiche all’approccio della Diamond, e quindi anche a quello di Phillips: per esempio c’e’ un po’ troppa insistenza nelle presunte differenze fra la sessualita’ (e l’omosessualita’) maschile e le loro corrispondenti femminili. A parte il fatto che alla fine siamo tutti della stessa specie, non viene in mente alla Diamond, e a Phillips, che se la nuova ricerca sovverte pregiudizi sulla sessulita’ femminile, forse anche una nuova ricerca sulla sessualita’ maschile potrebbe portare a delle sorprese?

In ogni caso, questi sono i risultati principali della ricerca: (a) le donne intervistate lungo un arco di 10 anni hanno cambiato continuamente il loro orientamento sessuale; (b) c’e’ stato un aumento della consapevolezza della possibilita’ di cambiamento; (c) le prime esperienze sessuali non danno alcuna indicazione su quali saranno gli orientamenti futuri.

Il punto fondamentale del libro, e della recensione, e’ quindi questo (mia traduzione):

La Diamond crede che finora c’e’ stato “un modello troppo rigido della omosessualita’” e della sessualita’ femminile in generale. Questo modello – il quale, dice, e’ alla base di quanto riportato sia nei libri di testo, sia nei mass media – ipotizza che l’orientamento sessuale femminile si sviluppi presto, e che sia piu’ o meno fisso poi per sempre. La sua ricerca ha invece rivelato che tale orientamento “puo’ emergere piu’ tardi in eta’ adulta” e che le “sensazioni sessuali” possono cambiare “sia improvvisamente, sia gradualmente nel tempo”.

Si tratta di una visione davvero rivoluzionaria: da un lato permette di andare oltre i soliti discorsi sull’omosessualita’ come malattia o diversita’; dall’altro puo’ addirittura riconciliare il pensiero di chi considera la scelta sessuale come qualcosa di personale, con il fatto che alcuni dicano di aver appreso come ritornare ad essere eterosessuali.

Semplicemente, c’e’ tutta una serie di fattori da considerare, e il risultato e’ una “sessualita’ fluida” che si puo’ solo accettare, cosi’ come si puo’ solo accettare il modo in cui una persona si vesta, o l’auto che abbia acquistato. L’aspetto “religioso” e’ praticamente irrilevante.

L’unica cosa che importa, e’ non farsi etichettare.


Niente Dimostra il Perche’ dell’Indipendenza Tibetana…

2008/Giu/19

…quanto il comportamento del Governo Cinese.

Potessi fare una sola domanda a Hu Jintao, il Presidente Cinese, gli chiederei: Ma se il Tibet e’ davvero parte della Cina, e non una colonia, allora perche’ viene trattato dalla Cina come se fosse una colonia?

Lasciamo pure perdere le ambizioni “politiche” o meno del Dalai Lama; le opinioni sulla indipendenza diffuse fra la diaspora tibetana e fra i tibetani in Cina; e la malcelata propaganda anti-cinese sulla maggior parte dei mezzi di comunicazione internazionali.

Quelli sono argomenti importanti ma che non spiegano, e non potranno mai spiegare il perche’ del “muso duro” scelto dal Governo di Pechino per decenni riguardo la “questione tibetana”: nonostante il fatto che solo un approccio piu’ morbido permettera’ alla Cina stessa di non essere categorizzata come “un impero coloniale” (come detto recentemente da Sir Malcolm Rifkind, ex Ministro della Difesa britannico, in “A pragmatic solution“, International Herald Tribune, 24/3/2008 )

Il Governo Cinese puo’ far scrivere chilometri di articoli contro il Dalai Lama; gli storici Cinesi possono sgolarsi nelle aule universitarie, in televisione, alla radio descrivendo per filo e per segno come il Tibet e la Cina siano stati uniti come un solo Stato fin dai tempi degli australopitechi; gigabytes di fotografie e filmati possono essere pubblicati su internet con tibetani festanti al passaggio della fiaccola olimpica, tutti molto grati del benessere tecnologico generosamente offerto da Pechino.

Eppure, tutto cio’ non avra’ molto valore, perche’ la verita’ si vede non nelle parole, non nelle leggi, non negli studi e neanche nelle fotografie. Per capire se il Tibet e’ una colonia, e quindi se ha diritto all’Indipendenza (sempreche’ cosi’ vogliano i suoi abitanti), ad aver valore sono solo i fatti, e gli atteggiamenti.

E i fatti e gli atteggiamenti puntano innumerevoli a una sola risposta: il Tibet e’ una colonia della Cina.

Guardiamo ai dettagli aiutandoci anche con quanto scritto da Howard W French sul New York Times nel marzo scorso (“In Tibetan areas, parallel worlds now collide“); su un editoriale dell’Economist del 22 marzo (“Tibet: A Colonial Uprising“); da Patrick W French, autore di “Tibet, Tibet: A Personal History of a Lost Land“, in un’opinione pubblicata sul New York Times sotto il titolo “He’s no politician“; e nell’eccezionale reportage del corrispondente dell’Economist, “dimenticato” a Lhasa proprio nei giorni della rivolta (“Thrashing the Beijing Road“);

  1. Cinquanta anni sono passati da quando Mao finalmente estese la giurisdizione di Pechino all’altopiano del Tibet. Eppure, gli unici strumenti per raggiungere l’”armonia” in Tibet sembrano essere l’arma da fuoco, e i militari
  2. Quando e’ scoppiata la rivolta a Lhasa e in altri posti nel Marzo scorso, non c’e’ stata risposta immediata da parte delle autorita’. Con il capo locale Zhang Qingli in quel momento a Pechino, cio’ fa pensare che Zhang abbia accentrato su di se’, senza alcuna delega, ogni possibilita’ di decisione: come, appunto, puo’ fare un Vicere’ per governare la sua colonia
  3. I Tibetani sono trattati come cittadini di seconda classe. Anche se solo ufficiosamente, il “sistema” favorisce comunque i Cinesi Han
  4. Non ci sono Tibetani ai posti di comando, fra i militari o nella burocrazia o nel partito (strutture come si sa molto chiuse in se stesse, e malfidate delle e dalle popolazioni colonizzate)
  5. Migliaia di Cinesi Han vengono incoraggiati a trasferirsi in Tibet (se non e’ colonizzazione, quella, allora cos’e'?)
  6. I Tibetani e i non-Tibetani vivono in Tibet praticamente in mondi separati
  7. Manifestazioni di protesta anche molto pacifiche sono praticamente impossibili
  8. C’e’ molto pregiudizio, e poca fiducia fra gli uni e gli altri. I Cinesi di etnia Han (la maggioranza dei Cinesi nel mondo) evitano i Tibetani in Tibet, e hanno pochi o zero amici Tibetani
  9. Vengono propinati alla popolazione una serie di “miti”, come la secolare cinesita’ del governo in Tibet, che sono propaganda finanche troppo rozza
  10. Il “Padre della Patria Tibetana”, il Dalai Lama, simbolo per ogni tibetano ovunque nel mondo, non solo non e’ riverito dallo Stato Cinese: e’ addirittuare oggetto di vilipendio e offesa quasi come routine quotidiana. Un giorno descritto come “irrilevante”, poi il giorno dopo come “capace di fomentare sentimenti anti-Cinesi” (e quindi, assai poco “irrilevante”)
  11. Non parliamo neanche del Panchen Lama, fatto sommariamente sparire bambino, tanti anni fa.

A completare la situazione, il fatto che la strada principale di Lhasa e’ stata rinominata “Beijing Road”

========

In inglese c’e’ un detto, se cammina come un papero e starnazza come un papero, allora…e’ un papero. Analogamente, se la Cina in Tibet si comporta da occupante/colonizzatrice, vuol allora dire che il Tibet e’ una colonia, e non fa parte della Cina…

Non solo: il Governo di Pechino ricorda nel suo modo di esprimersi e di agire, i tempi peggiori degli anni di Stalin, e di Mao, come sottolineato da Vaclav Havel, Frederik Willem de Klerk, e altre eminenti personalita’ in una lettera aperta pubblicata sulla New York Review of Books il 1 Maggio 2008: “Tibet: The Peace of the Graveyard (“Tibet: la Pace del Cimitero”).

Qualcuno lo dica a Hu Jintao: tutto cio’ non e’ un segno di forza e maturita’, ma anzi di debolezza e incapacita’ di risolvere un conflitto addirittura pluridecennale. Comportarsi da potenza coloniale di sicuro non puo’ portare la Cina ne’ ad alcuna soluzione duratura della “questione tibetana”, ne’ verso alcun stato generalizzato di “armonia”.

Al massimo, puo’ portare il Tibet verso l’indipendenza piena.


Iran: Finiamola con l’Interventismo

2008/Giu/18

Esprimo tutta la mia contrarieta’ all’irresponsabile articolo di Antonio Stango “Iran libero unica alternativa alla guerra imminente” su Notizie Radicali di oggi: irresponsabile, perche’ Stango con la sua proposta non farebbe che precipitare, e non prevenire, sia le condizioni di una guerra, sia lo stesso sviluppo dell’atomica in Iran (e non solo!).

C’e’ un unico motivo per cui l’Iran cerca di costruire la bomba atomica: per garantire la sicurezza nazionale. Questa e’ un’opinione diffusa fra tutti gli esperti di strategia internazionale. Prova anche ne sia il fatto che il programma atomico e’ stato cominciato da ben prima della Rivoluzione Islamica di Khomeini, ai tempi dello Shah Reza Pahlavi.

L’Iran non e’ certo il solo o il primo Stato a proseguire su quella strada. Gia’ India e Pakistan hanno sviluppato la Bomba per difendersi l’una dall’altro. Non e’ poi un caso che le guerre convenzionali contro Israele siano cessate allorquando e’ stata resa nota l’esistenza di ordigni atomici sotto controllo del Governo di Tel Aviv/Gerusalemme.

Il fatto poi che la Corea del Nord, con la sua micro-atomica, non sia stata ne’ invasa ne’ attaccata dagli USA, sorte invece toccata al nuclearmente disarmato Iraq di Saddam Hussein, non puo’ che spronare le autorita’ di Teheran a premere l’acceleratore affinche’ anche una sola Bomba sia disponibile al piu’ presto: per salvare la propria vita, piu’ che per attaccare chicchessia.

Cosa propone invece Stango? Di “[non] concedere tempo agli ayatollah al potere“? Di pretendere “entro pochi mesi, un governo iraniano che tuteli le libertà e i diritti umani, fermi la corsa all’arma nucleare e rinunci alle manovre terroristiche all’estero“?

A parte che mi sembra avessimo smesso di sognare di esportare la democrazia…possibile che non ci rendiamo conto che rischiamo di vedere gli Ayatollah, come chiunque farebbe al loro posto, una volta messi all’angolo con il rischio di essere eliminati da un momento all’altro, fare quanto di piu’ logico e mettere insieme una bomba nucleare, magari rudimentale, magari “sporca” ma ovviamente pronta all’uso?

E non e’ vero che militarmente, gli innumerevoli motoscafi da guerra iraniani sono paradossalmente, tatticamente superiori alla potente flotta americana, come dimostrato gia’ nel 2002 dal Lieutenant General Paul Van Riper dei Marines in un significativissimo “war game” puntualmente messo nel dimenticatoio? (ne parla Roger Stern della Princeton University in questo articolo)

Dov’e’ la Verita’ in tutto questo? Non e’ quasi banale dire che per uscire fuori da questo circolo vizioso, ed evitare un conflitto di qualsivoglia genere, bisogna andare alle radici del problema, che rimane la questione della sicurezza per l’Iran stesso, islamico o democratico che sia?

Chi lo dice? Lo dice il famoso Hans Blix. Lo dicono George Perkovich, Direttore del Programma di Nonproliferazione al Carnegie Endowment for International Peace, e Pierre Goldschmidt, gia’ vice Direttore della International Atomic Energy Agency. Lo dice Zbigniew Brzezinski, gia’ consigliere di Carter.

Lo dice lo scrittore e giornalista Christopher de Bellaigue. Lo dice il New York Times, in un editoriale senza firma del 28 Maggio 2008.

======

L’unico modo per evitare la tragedia di una guerra e’ condurre dei negoziati seri con l’Iran: e l’unico modo per essere seri e’ garantire all’Iran che l’Europa, e gli USA smettano di appoggiare tentivi piu’ o meno segreti di colpo di Stato violento in Iran.

Ogni altro atteggiamento portera’ a morti e distruzione. Ovviamente, e logicamente.

======

Per una volta, perche’ non proviamo a lasciare la societa’ iraniana evolversi dall’interno, in maniera nonviolenta, ritornando appena possibile alla democrazia di Mossadeq cosi’ stupidamente soffocata dagli USA e dal Regno Unito nel 1953?

Dopotutto, OGNI nostro intervento in Iran dopo la II guerra mondiale e’ stato un fiasco completo: dal golpe contro Mossadeq appunto, passando per l’appoggio ufficiale alla polizia segreta dello Shah, e ufficioso/intellettuale per l’esiliato Khomeini, per arrivare all’incoraggiamento a Saddam Hussein a scatenare una guerra contro la Repubblica Islamica che causo’ un milione di morti, e alla dichiarazione dell’Iran come “Stato Canaglia” spezzando le gambe ai riformatori e spianando la strada a quel furbacchione di Ahmadinejad.


Siena, 18 Giugno ore 12: Conferenza Stampa Associazione Radicale Antiproibizionisti

2008/Giu/17

Ricevo e rimando:

 

18 giugno 2008 – ore 12 – Conferenza Stampa ( Bar la Piazzetta Via Montanini, n. 52, Siena)

Il 18 giugno 2008, a Siena, giunge all’udienza (forse!) finale uno delle decine di processi per disobbedienza civile radicale in tema di droghe leggere o nondroghe. Il Tribunale di Siena dovrà decidere in merito alla cessione e distribuzione gratuita e pubblica di mariuana, preannunciata alle Forze dell’ordine, attuata in Piazza del Campo il 7 giugno 2002 da Rita Bernardini, segretaria di Radicali Italiani, oggi deputata alla Camera nella delegazione radicale nel PD, Giulio Braccini e Claudia Sterzi, responsabile dell’Associazione radicale antiproibizionisti.

 

La disobbedienza civile del 7 giugno 2002, a Siena, era stata dedicata alla canapa terapeutica e ad Ennio Boglino, uno dei tanti radicali che ha reso politico il suo privato dando voce e corpo alla battaglie nonviolente, e che oggi ricordiamo; era affetto da una gravissima forma di neuropatia invalidante con fasi acute di dolori resistenti al trattamento con morfina farmaceutica; nel 2002 gli era vietato accesso al Marinol, farmaco contro il dolore a base di principi attivi estratti dalla canapa, venduto nelle farmacie americane, inglesi, olandesi, ma vietato in Italia.

 

Ennio è morto l’ 8 novembre 2005 mentre le agenzie battevano la notizia della sperimentazione di derivati della cannabis nella terapia del dolore presso l’Ospedale Molinette di Torino e il policlinico Umberto I di Roma; ricordiamo con lui tutti i malati privati del loro diritto alla libertà di cura e terapia.

 

In Italia la demonizzazione della canapa e di ogni suo possibile utilizzo, avvenuta nel corso di pochi decenni ( agli inizi del ‘900 l’Italia era la seconda produttrice al mondo, dopo la Russia; è stata liberamente coltivata nelle campagne italiane, per usi tessili, fino agli anni ‘50 e oltre ), è arrivata a livelli demenziali. Alla proibizione di coltivare fosse anche una sola pianta di canapa, ribadito recentemente dalla Corte di Cassazione, va aggiunto che l’accesso ai farmaci a base di canapa per i malati, per esempio, di sclerosi multipla, è un accesso che varia nella risposta, nei tempi e nei costi a seconda se l’ammalato sia una città o di un’altra. Determinando una violazione dei diritti del cittadino e del malato. Se da parte del Governo emerge una desolante tattica di arroccamento su politiche punitive e proibizioniste, con toni che sfiorano la predica profetica, da parte delle forze al governo per i due anni e mezzo precedenti, non c’è stata né l’intenzione né la forza di realizzare riforme ma neanche di regolamentare il non riformato. Così Gianfranco Fini può promettere attuazioni più rigide e applicazione più rigorosa della legge vigente, che porta il suo nome, e che la sinistra non è riuscita a cambiare in due e mezzo anni. Così malati di sclerosi multipla, ma anche malati terminali e trattati con chemioterapie, che potrebbero trarre sollievo dalle qualità terapeutiche della canapa, si vedono rifiutare i farmaci, di produzione estera, o ottenerli, sì, ma a costi proibitivi o in tempi non regolari. A seconda della unità sanitaria di riferimento, della regione, dei comuni.

 

Claudia Sterzi – responsabile dell’Associazione radicale antiproibizionisti – Comitato Nazionale di Radicali Italiani –

 

antiproibizionistiradicali@gmail.com


Sui Giudici, Berlusconi Non Ha Torto…

2008/Giu/17

…perche’ sono oggi, 25 anni dall’arresto di Enzo Tortora

• Dichiarazione di Rita Bernardini, Segretaria Nazionale di Radicali Italiani, deputata radicale-PD e membro della Commissione Giustizia alla Camera

Roma, 17 giugno 2008

Oggi 17 giugno ricorre il 25° anniversario del clamoroso arresto di Enzo Tortora, all’interno della maxi-operazione della Procura di Napoli contro la NCO, la Nuova Camorra Organizzata. In quella notte furono arrestate oltre 850 persone, 200 delle quali furono del tutto prosciolte, 90 risultarono coinvolte per “pura omonimia” e del tutto estranee ai fatti contestati. Il polverone che fu alzato dall’impresa di “macelleria giudiziaria” fu tale da “obnubilare” (per usare le parole di Enzo) l’opinione pubblica italiana e distrarre l’attenzione dagli scandali della gestione del terremoto.

Un anno dopo, sempre il 17 giugno 1984, Tortora veniva eletto al parlamento Europeo con oltre 400.000 voti di preferenza personale nelle liste del Partito Radicale, di cui poi divenne Presidente.

Ma la macchina infernale, messa in moto da alcuni magistrati, alcuni giornalisti e un manipolo di pregiudicati “pentiti”, era ormai avviata ed il Tribunale di Napoli nel settembre 1985 emetteva la sua vergognosa sentenza di primo grado, in cui si dichiarava Enzo Tortora colpevole, con esemplare condanna ad oltre 10 anni.

Esattamente a quattro anni dall’infamante arresto, ancora il 17 giugno 1987, la Corte di Cassazione assolverà in via definitiva Tortora da ogni accusa, confermando la sentenza dell’Appello.

A distanza di anni, come radicali, vogliamo ricordare questi coincidenti anniversari, affinché, come disse Leonardo Sciascia e come fu scritto sulla tomba di Tortora al cimitero monumentale di Milano: “non sia un’illusione”. Affinché non sia stata una speranza illusoria la battaglia per la Giustizia Giusta che Enzo ha combattuto, da radicale e che portò alla grande vittoria dei referendum “Tortora” per la responsabilità civile dei magistrati.

A vent’anni dalla prematura morte, nell’anniversario dell’incredibile arresto, accogliamo con soddisfazione la decisione del Sindaco Marta Vincenzi e della sua Giunta di onorare il genovese Enzo Tortora con l’intitolazione della galleria che collega la centralissima “via Roma” con la storica “galleria Mazzini”, all’altezza del Ristorante Europa. Giunge così a conclusione un lungo iter politico e burocratico. Ne siamo felici: la sua Genova, sana ora una colpevole dimenticanza e dà un contributo a ricordare. Ma il “caso Tortora” è stato per noi radicali il “caso Italia”, un episodio eclatante di malagiustizia che, grazie all’impegno ed al sacrificio di Tortora, ha segnato una tappa importante della lotta, quanto mai necessaria ed urgente, per la Giustizia Giusta. Oggi come 25 anni fa.

Tortora, l’odissea di un uomo in un Paese smemorato • dal Secolo XIX del 17 giugno 2008, pag. 16 di Massimiliano Lenzi

Venticinque anni fa, alle quattro e un quarto del mattino del 17 giugno, bussano alla porta di una camera dell’Hotel Plaza di Roma. Spalancato l’armadio, aperta una valigia, sequestrata un’agenda telefonica, guardato dentro ai calzini e spaccato un salvadanaio di ceramica a forma di porcellino (non si sa mai) si portano via un uomo stralunato, che ha appena avuto il tempo di vestirsi e di raccogliere pochi effetti personali in una sacca di tela rossa. (…) All’uomo vengono prese le impronte digitali e scattate le foto di rito: faccia e profilo. La faccia e il profilo di Enzo Tortora”. Leggendo l’incipit del libro di Vittorio Pezzuto (genovese, ex radicale, giornalista sapido e, da alcune settimane, portavoce del ministro “antifannulloni” Renato Brunetta) “Applausi e sputi. Le due vite di Enzo Tortora” (Sperling & Kupfer, 521 pagine, 15 euro), si entra dritti negli incubi del Belpaese attraverso l’odissea giudiziaria di un uomo famoso, buttato giù dal ietto con poche parole: “Lei è in stato di arresto”. “Come?”. “C’è un ordine di arresto della Procura di Napoli”. Era innocente.

E siccome gli incubi non vengono mai da soli, anche i giornali, la carta stampata, con le solite rispettabili eccezioni, inzuppò l’inchiostro nella notizia da prima pagina. Lo fotografarono con le manette ai polsi e scrissero di Tortora Enzo, brillante giornalista ed uomo colto, genio della televisione (tra i suoi programmi il più ricordato è Portobello, una galleria su un popolo di santi, poeti ed inventori ma fu anche un superbo giornalista sportivo) che era “un ligure spendaccione” , “che aveva occhi abilmente lucidi” e chissà “quali debolezze”, aggettivando come in un romanzo di Liala una delle più grandi ingiustizie italiane degli ultimi 30 anni. Nella lingua, nell’uso delle parole, spesso si ritrova l’indole di un popolo. Gli aggettivi non erano veri ma anche se lo fossero stati, ci chiediamo, che colpa è “essere spendaccioni” ?

Leggendo nel libro di Pezzuto le cronache, i dettagli, i corsi del processo, le immagini si accavallano e, a tratti, sembra di essere finiti dentro un film di Dino Risi, una pellicola eterna sui pregiudizi nazionali. Perché “Applausi e sputi”, in un Paese smemorato come l’Italia, ha tanti meriti ma uno su tutti gli altri: ricordare i fatti, le vite di un uomo; il prima (successo, programmi tv, onori) e il dopo (la galera ingiusta, poi l’assoluzione) che si concluderà con la sua morte. Pezzuto, da buon genovese, dopo aver presentato il libro in giro per l’Italia, non ha potuto fare a meno di prendersela con la sua città, la Superba, che per anni si è rifiutata di dedicare una via a Enzo Tortora ed oggi, che si è decisa, “gli ha dedicato un marciapiede, e talmente piccolo che la targa sarà lunga un decimo di tutto il tratto”.

«Gli avrebbero dovuto intitolare» spiega al Secolo XIX «lo spiazzo antistante il carcere di Marassi, che non dà neppure problemi di cambio di numeri civici, con la targa: “Vittima della giustizia”». Forse Pezzuto ha ragione ma a noi la questione della toponomastica appare consolatoria.

Troppe ingiustizie, in Italia, si riparano con l’intitolazione del “Largo tal dei tali..”, magari in periferia, lontano lontano, vicino ai viadotti. No, quello che conta è la memoria, la storia raccontata nel libro e quella telefonata alla figlia Silvia nel maledetto giorno di 25 anni fa: “Ricordati che papà è quello di sempre”. E l’Italia? Chissà se è cambiata l’Italia…


Su Veltroni, e sulle Intercettazioni

2008/Giu/17

Lettera al Direttore di Radio24, Giancarlo Santalmassi:

Caro Direttore

Sperando di trovarLa in buona salute le invio due brevissime considerazioni riguardo la risposta di oggi pomeriggio nella rubrica delle “Lettere”.

Da una parte sono stato molto contento di sentire espressi i miei stessi pensieri sul ritardatario Veltroni, che come capo dell’opposizione sta oscillando fra l’invisibile e l’irrilevante. Al confronto, “Valium” Prodi sembra avere la verve di un attore dell’avanspettacolo.

Dall’altra, anche se capisco il sentimento contrario alla legge sulle intercettazioni, pur tuttavia ritengo sia arrivato davvero il momento per una “stretta” al malcostume dilagante, che fra un po’ ci avrebbe fatto leggere di quante volte questo o quel politico aveva usato le mani o il fazzoletto per pulirsi le narici.

Fra l’altro, le intercettazioni aiutano la Polizia nelle indagini, ma non si fanno indagini solo raccogliendo intercettazioni. Se ne puo’ fare a meno, e nel Regno Unito se ne fa tuttora a meno.

Naturalmente, ci sono vari gradi di intercettazioni. La Sua scelta di pubblicare comunque quelle che potranno sembrare di importanza fondamentale potrebbe essere definita coraggiosa: io penso che sia “semplicemente” in linea con la Radio24 che conosco io. E’ una scelta buona e giusta.

saluti e buon lavoro
maurizio morabito


Interessanti Dettagli Riguardo Di Girolamo

2008/Giu/16

Avevo raccolto questi appunti qualche settimana fa…adesso che siamo alla vigilia della riunione della Giunta per le Autorizzazioni a Procedere del Senato riguardo la richiesta di arresti domiciliari per il senatore/nonsenatore Nicola Di Girolamo, non penso sia necessario altro indugio.

(a) Sul giornale online “L’Italiano” Di Girolamo compare come “socio della cooperativa editoriale“. Orbene, non c’e’ traccia di Di Girolamo stesso su quel periodico, prima del 5 marzo 2008.

Sembra quindi che il neo-Onorevole abbia avuto un marzo particolarmente intenso, incluso il provvidenziale acquisto di una quota de L’Italiano” che ha proceduto a segnalarlo come scelta elettorale per il Senato. Non ci sarebbe molto da ridire se non fosse che alla Camera invece, L’Italiano ha detto di voler votare non un candidato PDL (Camerati ed Erio sono menzionati solo en-passant), ma Carbone della “Destra” (una scelta piu’ consona alla tradizionale linea editoriale…il lupo perde il pelo, come si dice, ma non il vizio).

Uno potrebbe anche pensare che senza i soldi del nuovo socio Di Girolamo, L’Italiano (fra l’altro, molto focalizzato sull’Argentina, e non sull’Europa) non avrebbe espresso nessun entusiasmo nei confronti del PDL. Parole poco gentili sono infatti riservate all’On. Guglielmo Picchi e agli altri due onorevoli uscenti per Forza Italia in Europa, a pochi giorni dalle elezioni:

la senatrice e i due deputati di Forza Italia uscenti non hanno certamente brillato in questi due anni. Ci vuole gente più preparata, con maggiore esperienza, più combattiva

(b) Chi e’, Di Girolamo? Per motivi misteriosi, ha fatto sparire la descrizione di se stesso, dal proprio sito. Per fortuna c’e’ Google. Ecco quanto appare OGGI su www.nicoladigirolamo.it, alla voce “Chi
Sono
“:

Ringrazio i 24.500 elettori che mi hanno accordato fiducia. Non vi deluderò: al Senato lavorerò per voi. Ringrazio tutti coloro che mi hanno aiutato in questa faticosa, ma entusiasmante, campagna elettorale. Il vostro Senatore Nicola Di Girolamo

Questo il TESTO AL 12 APRILE, stessa pagina (notare come contenga affermazioni molto chiare riguardo attivita’ in tutta Europa…):

Avvocato, Revisore Ufficiale dei Conti, Curatore fallimentare, Patrocinante in Cassazione. 48 anni, coniugato con due figli. Ha studi professionali in Italia, Belgio e Svizzera che, con oltre cento fra avvocati e dottori commercialisti, assistono più di duemila aziende. Inoltre negli anni si è specializzato nella difesa dei diritti dei pensionati Inps e dei cittadini che hanno patito danni di guerra all’estero. Membro di diversi Consigli di Amministrazione, fra i quali Eco-Bank Lugano, Biorygen e IMCO. VicePresidente dell’Associazione Promozione Tecnologie e Sviluppo. Fortemente impegnato nel sociale con la Porfiri Onlus (riconosciuta con Decreto del Presidente della Repubblica) di cui è Presidente e la Nicola’s Foundation, che realizzano progetti di assistenza umanitaria e sanitaria in molti Paesi europei. Socio della cooperativa editoriale L’Italiano.

(c) Non ho ancora trovato traccia su Internet di attivita’ avvocatizia di Di Girolamo a Lugano o in Svizzera. Idem riguardo Charleroi e il Belgio. Forse cerco male.

Certo uno si aspetterebbe di piu’ visto che ci sono di mezzo “oltre cento fra avvocati e dottori commercialisti“…

===========

Dubito siano giorni spensierati e felici, in casa Di Girolamo. Mi unisco quindi all’invito di Ricky Filosa su Italia Chiama Italia:

Caro senatore, si dimetta e dimostri, una volta uscito dal Senato, di essere innocente fino in fondo, e che tutto ciò di cui si sta parlando in questi giorni e settimane, è solo un grande malinteso. Noi ce lo auguriamo


L’Imbroglio delle TV Panoramiche

2008/Giu/16

E’ un vero peccato che tutta l’industria degli apparecchi televisivi abbia deciso di puntare tutto sulla dimensione diagonale delle televisioni stesse, in pratica imbrogliando in un modo o nell’altro gli acquirenti.

Fatto (1): Le TV panoramiche (“widescreen”) hanno un rapporto larghezza/altezza di 16/9. Per quelle classiche invece tale rapporto e’ 4:3. Quindi a parita’ di altezza, una “widescreen” e’ molto piu’ larga

Fatto (2): A parte film vietati e documentari naturalistici, la maggior parte delle inquadrature televisive riguarda oggetti verticali, come attori o presentatori in piedi. Quindi, l’altezza dell’immagine e’ molto importante.

Chi abbia un televisore classico da 28″ e lo sostituisse con una TV panoramica da 28″, si troverebbe quindi con immagini decisamente piu’ “basse”, quindi piu’ piccole…forse e’ per questo che si meraviglia a quanti “pollici” vengano assegnati nei negozi di televisori, ad apparecchi decisamente minuscoli.

=============

Un po’ di geometria dice: per avere la stessa altezza, una TV panoramica deve avere una diagonale 1.22 volte piu’ grande di una TV “classica”.

Quindi, per sostituire il 28″ classico, mai comprare meno di un 35″ widescreen. Per vedere almeno quanto un 14″, occorre un 18″ panoramico o piu’. E un televisore da 40″ widescreen, equivale “solo” a un 32″ “classico”…


Di Girolamo Vicino Agli Arresti Domiciliari

2008/Giu/16

Il Senatore-Nonsenatore Nicola Di Girolamo e’ vicino agli arresti domiciliari riguardo il pasticcio della sua dichiarazione di residenza all’estero.

Una richiesta in tal senso e’ stata inoltrata dal Gip Luisanna Figliolia alla Giunta per le Autorizzazioni a Procedere del Senato.

Pupia: Residenti all’estero: chiesti i domiciliari per senatore Di Girolamo

Agenzia AISE: LA PROCURA DI ROMA CHIEDE L’ARRESTO DEL SEN. DI GIROLAMO (PDL): ALLA GIUNTA PER LE ELEZIONI LA DECISIONE SULL’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE

Sole24Ore: Falso, chiesti i domiciliari per il senatore Di Girolamo (dal blog polisblog)

ItaliaChiamaItalia: Chiesti gli arresti domiciliari per Nicola Di Girolamo. Ora tocca al Senato decidere

La Voce d’Italia: Elezioni: chiesto l’arresto per Di Girolamo, senatore del Pdl

Il Messaggero: Disposti i domiciliari per il senatore Di Girolamo

Apcom: Gip chiede arresto per il senatore del Pdl Di Girolamo

Reuters: Voto estero, procura chiede arresto senatore Di Girolamo

Dal blog dell’On. Guglielmo Picchi: Senatore Di Girolamo: chiesto l´arresto

=========

Confidiamo nel buon lavoro della Giunta, speditamente convocata per il 17 Giugno…ma io sto con Carmine Gonnella di “politicamentecorretto”: se i reati imputati sono stati commessi in campagna elettorale, che c’entra allora, la Giunta per le Autorizzazioni a Procedere?

Da leggere infine anche la pressante richiesta di Franco Bomprezzi su Affari Italiani: “Elezioni/ senatore Di Girolamo, rinunci al privilegi della Casta e…

Ma chi glie l’ha fatto fare, a Di Girolamo, di infilarsi in tutti questi pasticci?


Guappi Unti Causano Dimissioni Politico Gallese

2008/Giu/15

Alun Cairns, deputato Conservatore presso il Parlamento del Galles, si e’ dimesso dall’incarico di responsabile del partito all’educazione dopo aver definito gli Italiani con un epiteto particolarmente pesante: “greasy wops”.

Traducibile in “guappi unti”.

Adesso dice di essersene pentito. Certo che uno farebbe anche a meno di imparare quali termini peggiorativi possono essere usati nei suoi confronti…


Effetto Quantitativo del Terremoto in Cina sulla Questione Tibet

2008/Giu/15

Il terremoto nello Sichuan ha allontanato il Tibet dai giornali in maniera quantitativamente molto rilevante.

Ma tanto alla stragrande maggioranza dei miei lettori, queste cose non interessano. Dei “disastri naturali” chi se ne frega?

===========

Articoli sul Tibet nell’archivio del New York Times:

Dal 1/1/8 al 14/6/8: 295 articoli (1.79/giorno)

1/1-10/3 (vigilia della rivolta in Tibet): 31 (0.45/giorno)

11/3-11/5 (vigilia del terremoto nello Sichuan): 212 (3.48/giorno)

12/5-14/6: 52 (1.58/giorno, una diminuzione del 55%)

Per chi pensasse che si tratti solo del normale “oblio della vecchia notizia” da notare anche questi numeri:

11/3-11/4: 126 (4.06/giorno)
12/4-11/5: 87 (3/giorno)

Quindi il terremoto da un giorno all’altro ha davvero dimezzato gli articoli sul Tibet.

L’attenzione continua a dimunuire, e durante il mese di giugno ci sono stati sul Tibet solo 1.49 articoli al giorno.